Deadline

“Deadline” è il disegno di un pianeta fatto a pezzi dallo svuotamento del tempo e dai processi collettivi di una società a scadenza. Linee di confine, letteralmente “linee della morte”, su cui si proiettano i presagi più o meno apocalittici di un era globale in perenne stato di allerta. E su tutte giganteggia inquieta l’ossessione energetica.

Giovanni Albore, artista che si muove agilmente tra una fotografia documentaria ed un immaginario iporealista, invade nottetempo le imponenti stazioni di servizio della propria città, i grandi monumenti dedicati all’energia, quelli che i guardiani di notte hanno imparato a chiamare “obiettivi sensibili”. E la prima sensazione che ne viene è l’impossibile riconoscibilità urbanistica dei suoi oggetti di indagine; le gas stations baresi e quelle di New Delhi sono identiche, tanto vale stare a casa: pena e virtù di una globalizzazione prêt-à-porter.

La diffusa minaccia di una fine, perfettamente sovrapponibile a quella che vede restringersi inesorabilmente le risorse petrolifere planetarie, muove l’artista a tracciare ironicamente le coordinate di una “topologia della sparizione” ipotizzando uno sguardo rivolto all’indietro a partire da un futuro in cui la magnificienza delle aree di sosta carburante possa essere intesa per un carattere quasi “archeologico”.

L’artista opera nell’isolamento dell’oggetto, sia attraverso la disantropizzazione degli spazi, sia ricorrendo ad una quadratura focale in grado di estrarre dal nero e dal vuoto l’oggetto della visione. L’esito è un lavoro che Roland Barthes ammonirebbe per lo squilibrio timico a tutto vantaggio dello studium, di una visione priva di temperatura emotiva, distaccata. L’artista non concede turbamenti, asseconda la matrice elettrica che domina le immagini per via della evidente e onnipresente ipertrofia di luce bianca. E questa costruzione è sempre annessa ad una teoria di assenze e di interruzioni, di esilio cognitivo ed emotivo.

Roberto Lacarbonara

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